Anno scolastico, istruzioni per l'uso

Nel 1978 Georges Perec pubblicò un romanzo che è insieme un palazzo e un inventario: undici piani di rue Simon-Crubellier osservati come se qualcuno avesse tolto la facciata, stanza per stanza, oggetto per oggetto. "La vita istruzioni per l'uso", il titolo, è una presa in giro affettuosa: proprio perché la vita non ha istruzioni, vale la pena scriverne.

Il primo giorno di lezione succede qualcosa di simile: la scuola si vede dopo mesi tutto insieme, i ragazzi che salgono le scale, i laboratori con i banchi ancora lucidi, la segreteria alle prese con una piattaforma. Non è una linea del tempo che comincia, è una planimetria che si accende. Perec, che alle liste ha dedicato un libro intero ("Pensare/Classificare"), sapeva che elencare è già una forma di pensiero e che l'ordine alfabetico è il più onesto, perché non gerarchizza.

Provo con le voci che quest'anno tornano nei corridoi, o nella mia testa, più che nelle circolari. Chi scrive lo fa da una posizione dichiarata, che non pretende di essere neutrale: la convinzione che ciascuno di quei ragazzi valga per sé e non per il rendimento che produce, e che una scuola pubblica esista soprattutto per quelli che, senza di essa, non avrebbero altrove.

Accessibilità.

Non riguarda solo le rampe e gli ascensori. Riguarda la lunghezza di una consegna, il corpo di un carattere, la sintassi di una verifica. Rendere accessibile un testo non significa abbassarlo: significa toglierne gli ostacoli che non hanno niente a che fare con quello che si vuole insegnare. Quasi sempre, quando lo si fa per uno, ne guadagnano venticinque.

Affettività.

È la parola su cui il dibattito pubblico è più rumoroso e la pratica quotidiana più muta. Nel frattempo, in aula, le relazioni ci sono comunque, e si imparano guardando come gli adulti si parlano tra loro davanti ai ragazzi. Qualunque cosa decida il legislatore, quella lezione la stiamo già impartendo, e non sempre sappiamo quale sia.

Bartlebooth.

Nel romanzo di Perec è l'uomo che dedica cinquant'anni a un progetto perfettamente simmetrico e perfettamente inutile, e muore con in mano il pezzo sbagliato. È il personaggio più scolastico della letteratura del Novecento. Ogni settembre prepariamo slide divise in ambiti e ogni giugno constatiamo che l'anno è andato dove voleva lui. Non è un fallimento della pianificazione: se il piano coincidesse con il risultato avremmo a che fare con un processo industriale, non con delle persone.

Calendario.

Poco più di duecento giorni, da metà settembre ai primi di giugno, con le vacanze al posto giusto e il Carnevale in mezzo a febbraio come una boa. Il calendario dice il contenitore, non il contenuto. E quei giorni non sono omogenei: ce ne sono trenta che valgono il doppio e una settimana di novembre in cui non vale niente. Le istruzioni non lo spiegano.

Comunità.

La parola è logora e resta esatta. Una scuola non eroga un servizio a degli utenti: tiene insieme, per qualche anno, adulti e ragazzi che non si sono scelti e che devono comunque riuscire a lavorare nello stesso edificio. Da qui discende un criterio ruvido per riconoscere quando la comunità c'è davvero: esiste quando un problema di un collega diventa un problema di tutti prima di diventare una pratica di qualcuno. Nei momenti facili la differenza non si vede. Si vede il giorno in cui qualcosa va storto. È la differenza, cara al personalismo di Mounier e di Maritain, tra un collettivo che somma individui e una comunità che riconosce persone: nel primo caso chi resta indietro è un dato, nel secondo è un nome.

Corpo.

Sta seduto cinque o sei ore, e di questo parliamo poco. Poi entra in laboratorio e diventa improvvisamente centrale: il gesto tecnico, la distanza dall'utensile, i dispositivi di protezione, la postura di chi sa quello che sta facendo. È una delle poche circostanze in cui la scuola ammette esplicitamente che si impara anche con le mani, e vale la pena ricordare che la parola manuale dice esattamente questo, in una tradizione che molto prima di qualunque riforma aveva già messo sullo stesso piano il lavoro e la preghiera, e che non ha mai considerato l'officina un luogo di serie B. C'è poi il corpo adolescente, che in questi anni è guardato, confrontato, fotografato e misurato più di quanto qualunque generazione precedente abbia sperimentato, spesso dai coetanei e quasi sempre fuori dall'orario scolastico. Non possiamo governare quello sguardo. Possiamo però evitare di aggiungerne uno nostro, e accorgerci di chi in palestra o in officina o da n aula o in laboratorio trova ogni volta un motivo per restare fuori.

Culture.

Nelle nostre classi convivono lingue d'origine, dialetti di casa, italiani domestici di grana diversa. La tentazione è trattarli come un deficit da colmare al più presto; l'altra tentazione, speculare e altrettanto comoda, è celebrarli in una giornata dedicata e archiviare la questione. Tra le due c'è il lavoro vero, che è lento: riconoscere che chi possiede più codici possiede anche più strumenti di analisi, se qualcuno glielo fa notare. Un ragazzo che in famiglia parla un dialetto e a scuola l'italiano sta già facendo, senza saperlo, un esercizio di traduzione. Vale per il friulano come per l'arabo. E vale la pena ricordare che nella tradizione a cui molti di noi appartengono l'accoglienza di chi viene da fuori non è una virtù accessoria da esercitare a scuola finita: è il criterio stesso del giudizio.

Dispersione.

Quella esplicita si conta. Quella implicita — chi arriva al diploma senza aver imparato quasi nulla — si vede solo se si guarda, e costa molto di più. È la forma di disuguaglianza meglio nascosta che conosca, perché ha l'aspetto rassicurante di una promozione. C'è una pagina evangelica in cui un pastore lascia novantanove pecore al sicuro per andare a cercare l'unica che manca. Come modello gestionale è indifendibile, e infatti nessun indicatore lo premia; come criterio di giudizio su una scuola, non ne conosco di più esigenti.

Errore.

In latino errare significa vagare, andare per tentativi: l'idea di colpa è arrivata dopo, e ha fatto danni. In officina l'errore ha ancora il suo statuto originario, perché il pezzo storto lo si misura e lo si rifà, senza che nessuno pensi di avere davanti una persona sbagliata. In aula, sulla stessa cosa, siamo più goffi: l'errore compare quasi sempre quando è ormai tardi per usarlo, cioè dentro una verifica che lo trasforma in numero. Una didattica seria si giudica da quanto costa sbagliare prima della valutazione. Se sbagliare costa poco, i ragazzi provano; se costa la faccia davanti alla classe, imparano soltanto a non esporsi, che è un'altra competenza e non è quella che volevamo insegnare. Vale anche per gli adulti: un collegio in cui nessuno dice mai di non aver capito è un collegio che ha smesso di ragionare da un pezzo.

Fatica.

Quella dei ragazzi, anzitutto, e non è distribuita in parti uguali. Lo stesso compito costa ore diverse a seconda di che cosa si trova in casa: i libri sugli scaffali, un adulto disponibile alle sette di sera, un tavolo senza televisore, soprattutto una lingua domestica che assomiglia a quella del manuale. Bourdieu e Passeron hanno dato un nome a questa asimmetria — capitale culturale — e hanno mostrato come una scuola convinta di chiedere a tutti la stessa cosa finisca per chiedere molto di più a chi arriva senza i codici, e poi chiami merito la differenza. Sapere quanto costa un'ora di studio a ciascuno dei nostri studenti è più informativo di quasi ogni dato che raccogliamo.
Poi c'è la fatica dei docenti, e su quella siamo reticenti: la stanchezza di chi insegna viene ancora trattata come un difetto di carattere invece che come una variabile organizzativa. Una scuola che non sa nominarla la paga in altra moneta, quasi sempre in qualità della relazione.

Genere.

Vale la pena tenere separati almeno due piani che il dibattito pubblico tende a impastare. Il primo è quantitativo: nei percorsi tecnici e scientifici le ragazze restano poche, e la scelta è già fatta molto prima dei quattordici anni, in famiglia, nelle immagini, nei giocattoli, in quello che a una bambina viene detto che le riesce bene. Quando arrivano da noi, l'orientamento lavora su una decisione presa altrove.

Il secondo è relazionale e si gioca in aula: chi prende la parola e chi aspetta, chi viene interrotto e da chi, a chi si affida il montaggio e a chi la relazione scritta, quali battute passano in officina come se fossero innocue. Sono dettagli minuscoli e perfettamente misurabili da chiunque decida di contarli per una settimana.

Innovazione, vera e falsa.

La falsa cambia il supporto e lascia intatta la domanda: la lavagna diventa schermo, il quaderno diventa file, il compito resta lo stesso e lo studente continua a fare esattamente ciò che faceva prima, con qualche impedimento tecnico in più. La vera innovazione si riconosce da un indizio solo: sposta la fatica cognitiva dalla parte giusta del banco. Se al termine dell'ora chi ha lavorato di più è ancora l'insegnante, abbiamo comprato un dispositivo, non cambiato una didattica. Vale anche per l'intelligenza artificiale, che quest'anno entra nei funzionigrammi con caselle che fino a poco fa nessuno avrebbe saputo pronunciare — referenti, registri dei sistemi, gruppi di lavoro per l'alfabetizzazione prevista dall'articolo 4 del Regolamento europeo 2024/1689. Sono pezzi nuovi in una scatola vecchia: il rischio non è che non entrino, è che entrino troppo bene.

 

Merito.

Parola giusta e parola equivoca. È giusta se significa che lo sforzo di ciascuno viene riconosciuto e nominato; diventa equivoca quando dimentica che ogni risultato è la somma di uno sforzo e di un punto di partenza, e che il punto di partenza nessuno se lo sceglie. La Costituzione, all'articolo 3, non chiede alla Repubblica di premiare chi arriva primo: le chiede di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Don Milani lo disse in modo più ruvido: non c'è nulla di più ingiusto che far parti uguali fra disuguali. Ne discende un criterio operativo, non una professione di fede: il compito della scuola non è soltanto non diminuire le disuguaglianze che trova all'ingresso, è non produrne di nuove all'interno. Una classe in cui la distanza tra il primo e l'ultimo è più larga a giugno di quanto fosse a settembre ha selezionato, non insegnato. La parabola dei talenti viene spesso arruolata a sostegno del contrario, ma dice un'altra cosa: che a ciascuno fu consegnato secondo le sue capacità, e che il conto riguarda ciò che ognuno ha fatto con quello che aveva ricevuto, non la quantità di partenza. Chi ne ha avuti due non è mai stato paragonato a chi ne aveva cinque.

Orientamento.

Non è un'azione di dicembre né una fiera. È un'operazione lunga in cui un ragazzo di quattordici anni prova a immaginarsi adulto con gli strumenti che ha, che sono pochi, e con quelli che gli diamo, che spesso sono gli stessi di trent'anni fa. Orientare non è indirizzare: è allargare il numero di futuri che riesce a pensare.

Puzzle.

Perec apre il romanzo con una riflessione sui tasselli: un pezzo preso da solo non dice nulla, non ha proprietà proprie, esiste unicamente nella relazione con gli altri. Vale per i dipartimenti, per i referenti, per le funzioni strumentali che ogni settembre si ridefiniscono come si rifà il letto. Un incarico che non sappia a quale disegno appartiene è un tassello girato dalla parte grigia.

Rispetto.

La voce più difficile da tradurre in attività. Si insegna pochissimo con i moduli e moltissimo con i dettagli: come si entra in aula, come si restituisce un compito andato male, che cosa si fa quando in corridoio qualcuno ride di qualcun altro. Tutto si decide nei tre secondi in cui un adulto sceglie se accorgersene. Nella parabola più nota della nostra tradizione la differenza tra i personaggi non sta nella dottrina, che anzi era dalla parte di chi tirava dritto: sta nel fatto che uno si è fermato e gli altri sono passati oltre.

Saldatura.

Nei documenti scriviamo che la scuola è un presidio di competenze, e diciamo il vero, ma la frase sta in piedi solo se qualcuno, in un laboratorio, alle undici di un martedì, si accorge che il tornio e l'esametro chiedono la stessa cosa: misura, tolleranza, rispetto del materiale. La saldatura tra cultura tecnica e cultura umanistica non è uno slogan da collegio. È una lavorazione, e come tutte le lavorazioni riesce o non riesce.

 

Silenzio.

Ne esistono almeno tre, e vanno tenuti distinti. C'è il silenzio disciplinare, che è una condizione di lavoro e nulla più. C'è il silenzio dell'attenzione, che non si ottiene chiedendolo e che è diventato raro perché fuori dall'aula non lo pratica quasi nessuno: imparare a stare due minuti dentro una cosa difficile è ormai una competenza da insegnare esplicitamente. E c'è il silenzio di chi non parla in classe, che non è quiete ma informazione, e di solito è la più importante che riceviamo in un'ora.

Tempo.

La scuola ne conosce due e li confonde di continuo. Il tempo dell'adempimento è breve, scandito da scadenze e da riforme che si susseguono più rapidamente di quanto duri un ciclo di studi. Il tempo dell'apprendimento è lungo, disuguale, pieno di tratti in cui sembra non accadere nulla e poi accade tutto insieme. Il primo è misurabile e per questo tende a colonizzare il secondo. Difendere il tempo lungo è forse il compito meno visibile e più decisivo di chi dirige: nessuno ringrazia per un'ora non riempita, ma è lì che quasi sempre succede la cosa. Mauro Magatti descrive da anni una società che ha imparato ad accelerare senza sapere più verso che cosa, e oppone a quella spinta la categoria di generatività: mettere al mondo qualcosa e poi prendersene cura, che sono due gesti e non uno. La scuola è un'istituzione generativa per costituzione, e per questo ogni volta che accetta di misurarsi solo sulla velocità perde due volte.

Valutazione.

Il voto è un atto amministrativo, la valutazione è un atto comunicativo: confonderli è l'errore più diffuso e più costoso. Una valutazione serve se arriva quando c'è ancora tempo per usarla, se dice che cosa fare e non soltanto quanto vale, se parla della prestazione e non della persona. Il numero, per sua natura, comprime: dentro un sei stanno un ragazzo che sta risalendo e uno che sta scivolando, e trattarli allo stesso modo è comodo per noi e inutile per loro. Vale anche al contrario: un dieci che nessuno commenta è un'occasione sprecata quanto un quattro.

Il lemmario finisce qui, e come tutti i lemmari è incompleto. Le voci che mancano stanno nella scelga chi legge. Ognuno, in questi giorni, ha una parola che gli torna addosso più delle altre quando entra a scuola la mattina, e quasi sempre è quella che dice da che parte sta. Qual è la vostra?

Buon anno scolastico.

Piervincenzo Di Terlizzi

Dirigente scolastico

ITST J.F.Kennedy - Pordenone